La riforma del Diritto Fallimentare ed il risanamento delle Aziende. Un’occasione mancata ?

Potrà la riforma del diritto fallimentare (cd. riforma Rordorf) cambiare veramente le cose ed agevolare il risanamento delle aziende in crisi ?

Probabilmente no, e non certamente perché è una riforma sbagliata o fatta male. Certo introduce nuovi principi e nuove procedure che nelle intenzioni sono assolutamente pregevoli, basti pensare alle procedure di allerta finalizzate ad evidenziare i prodromi della crisi.

Il motivo per cui la riforma da sola non basterà a risolvere le crisi è strettamente correlato al fatto che le crisi sono determinate da fattori che non potranno mai essere influenzati, modificati o risolti solo da disposizioni legislative, o dall’intervento di professionisti esterni (avvocati e commercialisti)

Si continua a porre una eccessiva attenzione su temi procedurali mentre si dimentica, o si vuole dimenticare, che nella maggior parte dei casi la crisi d’impresa è determinata da problematiche di carattere gestionale ancor prima che da ragioni di carattere economico/finanziario.

Si continua infatti a porre l’attenzione su ruoli e figure professionali che, anche ipotizzando la migliore legge del mondo e l’approccio più professionale ed etico dei soggetti coinvolti, poco o nulla potranno fare per cambiare le sorti di una azienda in crisi.

Nessuno di questi professionisti infatti avrà la possibilità di conoscere veramente l’azienda, la sua storia, la sua organizzazione interna, il mercato in cui opera, e quindi nessuno di costoro potrà veramente comprendere e definire la/le strategie che dovrebbero essere poste in essere dall’Azienda per risollevare le sue sorti e quindi salvaguardare gli interessi di tutti gli stakeholders coinvolti.

Quanto si potrà colmare questo gap informativo leggendo le relazioni o le istanze che l’amministratore dovrà, ad esempio, produrre all’Ocri territorialmente competente (Organismo di composizione della crisi d’impresa presso la CCIAA) nel momento in cui scattasse l’allarme degli indicatori pre-crisi ?

E quanto può essere fatto per rimuoverne le cause senza l’intervento di figure professionali totalmente ignorate dalla riforma del diritto fallimentare ?

A mio avviso poco in entrambi i casi.

E’ infatti un’altra la figura professionale alla quale va demandata la partecipazione attiva nella soluzione della crisi d’azienda, a completamento della squadra, e non certamente in sostituzione, degli attori partecipanti.

Un conto infatti è avere una esperienza professionale, avvocatizia o da commercialista che sia, un conto è avere una esperienza manageriale pluri ventennale in azienda.

Sono i manager della crisi, esperti di produzione, commercializzazione, finanza, controllo di gestione,  e gestione aziendale in senso lato, le uniche figure professionali che affiancandosi all’imprenditore posso entrare in profondità nell’analisi delle vere motivazioni della crisi aziendale.

Solo entrando in azienda, vivendone la quotidianità, analizzandone i meccanismi di funzionamento si può realmente trovare il bandolo della matassa e porre in essere le necessarie strategie, da condividere con l’imprenditore, per dipanarne i nodi e porre le basi per il risanamento.

Nessuna norma di diritto fallimentare ha mai regolato simili questioni ed è questa la maggiore falla della attuale legge di riforma.

Non dico che la legge fallimentare debba dare indicazioni su come si debba valutare la marginalità di una attività produttiva (unico vero elementare parametro per comprendere l’economicità e quindi il futuro di una attività produttiva), ma dovrebbe pretendere che la procedura di superamento della crisi venga accompagnata da figure professionali diverse dagli esperti di diritto, che comunque avrebbero i loro legittimi spazi.  Figure professionali dotate della necessaria esperienza soprattutto manageriale derivante da un vissuto aziendale, da una esperienza sul campo che nessun professionista tout court potrà avere.

Per capirci meglio, supponete che una azienda sia in crisi per questioni di  mercato, il suo prodotto di punta è giunto alla fase di maturità, e quindi, ad esempio,  sarebbe stato necessario, prima che si conclamasse la crisi, diversificare la produzione o trovare nuovi mercati.  Secondo voi quale norma della attuale legge fallimentare o della riforma Rordorf potrebbe consentire alla impresa di porre le basi per superare un problema che lo stesso imprenditore ed il suo management non sono stati in grado di individuare per tempo e di risolvere.

Supponete inoltre che un bravo advisor finanziario e l’avvocato della Azienda riescano a negoziare un ottimo piano di ristrutturazione in cui i numeri quadrano alla perfezione, e i flussi di cassa prospettici siano in grado di dimostrare la capacità di ripianamento dello stock di debito. Ecco che il risultato raggiunto, in ottemperanza a tutte le norme in materie, risulterebbe effimero e fuorviante, perché, se da un lato le poste contabili possono testimoniare un possibile percorso di risanamento e recupero, dall’altro gli aspetti sostanziali di gestione, nella migliore delle ipotesi elencati nel piano, dovrebbero essere messi in pratica dalle stesse figure (imprenditore e management preesistente)  che hanno accompagnato l’impresa alla attuale fase di crisi.

Che la riforma Rordorf non parli del CRO (Chief Restructuring Officer) e non ne individui, almeno come petizione di principio, la rilevanza del ruolo nei percorsi di risanamento rappresenta a mio avviso un evidente e fondamentale limite che gli impedirà di raggiungere appieno i suoi effetti di innovazione della materia.

Purtroppo siamo di fronte ad un’altra ottima occasione mancata !

Marco Rossini
Presidente MOD – Management on Demand 

 

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